Peer Gynt

Il fantastico contemporaneo e la ricerca di noi stessi
domenica, 28 giugno 2009

Intellettuali

intellettuale

Nei giorni scorsi ho steso una serie di considerazioni, note che vanno assolutamente al di là del pentagramma, note da organizzare, se mai ne avrò voglia, note sgradevoli (credo) per la maggioranza dei webloggers integrati, note eversive e disperate che susciteranno odio e vituperi nei miei confronti, ma che forse faranno nascere qualche dubbio nei o tre o quattro cervellini intelligenti che pure vagano per il web. Non voglio riscrivere gli intellettuali di Gramsci: non ne sono capace; ma forse qualcun altro lo farà, ripensando al ruolo che questa classe di boriosi parassiti ha svolto e svolge nella nostra società.

 

 

Funzione primaria degli intellettuali dovrebbe essere quella di intelligere, cioè capire, leggendo dentro i fenomeni.

In questo momento storico, mi pare che questo compito non venga svolto in maniera corretta.

Gli intellettuali italiani, in stragrande maggioranza, hanno una formazione marxista o tutt’al più cattolica.

L’istanza etica è per loro fondamentale. Rifiutano e avversano tutto ciò che è, ma non sembra accordarsi col dover essere.

 

L’assioma da cui si parte è la necessità del progresso e l’aspirazione dell’uomo (di tutti gli uomini) al progresso, nelle sue manifestazioni non solo materiali ma etiche (quindi alla giustizia e all’uguaglianza).

Non capiscono quindi che questo sviluppo non è determinato da una legge (e non è quindi logicamente necessario).

Per l’intellettuale, l’uomo aspira quindi a una maggiore conoscenza=cultura, chiede l’istruzione, necessaria per una sua maggiore consapevolezza e realizzazione e per la sua ascesa sociale.

 

Nulla di più falso! L’uomo non richiede istruzione, soddisfazione di bisogni intellettuali, chiede invece benessere, cioè soddisfazione di bisogni materiali e sociali: vivere nell’agiatezza, sentirsi accettato e gratificato dagli altri, avere la possibilità di aumentare le sue proprietà e la sua considerazione sociale.

L’esperienza dice che per vivere agiatamente ed essere socialmente considerato non sempre è necessario faticare negli studi. La ricchezza si può ottenere anche con altri modi, legali o illegali, attraverso l’esposizione o la vendita del proprio corpo, attraverso il dominio e lo sfruttamento di altri uomini, attraverso l’esercizio di attività ludiche in larga misura di scarso contenuto culturale, attraverso l’inganno sistematico degli altri (politici, stregoni, fattucchiere), attraverso lo sfruttamento delle occasioni che il destino offre.

 

Per molti l’obbligo di studiare, anziché come naturale esigenza e opportunità, è visto come fastidio e tortura (un po’ come pagare le tasse). Non si accetta l’idea di una vita programmata eticamente per contribuire con il proprio lavoro al benessere della società, anche perché il lavoro viene visto come azione spesso inutile, necessaria solo per guadagnare i soldi necessari per soddisfare le proprie necessità di sostentamento e di svago.

La vita non si programma, la si vive giorno per giorno, cercando di limitare al minimo le fatiche fisiche e, soprattutto, intellettuali. C’è una sorta di pregiudiziale anticulturale in questi atteggiamenti, in quanto la cultura dell’uomo non è valutata come un valore reale, necessario per la sopravvivenza. Si è ben felici che qualcun altro studi per noi, per migliorare la nostra vita materiale, così come si è ben felici che qualcun altro amministri la cosa pubblica e ci esima dal pensare a trovare soluzioni per i problemi di oggi e quelli del futuro, che peraltro non c’interessano, in quanto non riguardano noi, esistenti in questo momento, ma dei noi che potrebbero esistere (ma non è certo) in un ipotetico futuro.

La concezione del lavoro è rimasta ancorata a una cultura da capitalismo industriale, che semplificava un quadro che ora sta diventando ancora più complesso. Le forme di lavoro si moltiplicano, ma, chissà per quale strano atteggiamento tradizionalista, è opinione comune che il lavoro sia ancora solo quello dell’operaio, dell’impiegato o del contadino.

Non si capisce che lavoro oggi è, sempre più spesso, spettacolo, cioè un tipo di lavoro che serve a soddisfare le esigenze di svago degli altri esseri umani

Da questo deriva il sostanziale disprezzo per le attività non sufficientemente serie e nobilitate dall’arte e dalla conoscenza.

L’aspirante attore che recita a soggetto in un reality lavora esattamente come lavorano un operaio o un bancario. Il deputato che corre da una parte all’altra della città o del paese, che passa giornate intere al cellulare, che deve studiare problemi complessi, per cui spesso non è sufficientemente preparato, lavora anche lui (e spesso è costretto anche a fare spettacolo).

L’attività dello spettacolo è accettata e nobilitata, solo se lo spettacolo (e l’arte) diviene satira, attività parapolitica di critica del potere, esposizione moralizzatrice di fatti realizzata in maniera paradossale e divertente, che mira a stroncare quanto non è moralmente conforme all’immagine che l’intellettuale ha del mondo. Ogni altra forma di ludus è ciarpame.

 

In democrazia si deve accettare la decisione della maggioranza. Ma che cosa avviene se la maggioranza non si sente solidale con gli intellettuali e con il loro sogno di una società perfetta?

Si sosterrà che le masse sono state decerebrate e abbrutite, magari dalla televisione, che la società, tramite i mass media ha fornito loro modelli negativi.

Ma anche questo è difficilmente dimostrabile.

La tv, coi film e i telefilm che in tv dilagano, propone quasi sempre modelli eticamente corretti. I buoni sono sempre, o quasi, vittoriosi e premiati, la tolleranza, il rispetto per la natura e per gli animali sono propagandati anche oltre i limiti del buon gusto.

Ma chi sono i buoni?

Ormai, in base a una tendenza che sta diventando maniera, sono sempre più spesso uomini di colore, ebrei, omosessuali, poveri ma onesti cittadini.

Mi rendo conto che sto generalizzando. Qualche interprete intelligente del nostro mondo esiste, ma non prevale nella quantità. Un solo bellissimo film di Woody Allen, Match Point, in cui un cattivo la fa franca grazie al caso, viene sepolto dalle centinaia di telefilm in cui l’eroe politically correct, ad esempio Walker, mezzosangue, perché in parte indiano, assistito dal ranger di colore Trivette, riempie regolarmente di botte i cattivissimi di turno.

Ogni giorno intrepidi ecologisti combattono e sconfiggono truci industriali, indomiti poliziotti arrestano mafiosi e spacciatori.

Il cattivo di turno è spessissimo un ricco industriale privo di scrupoli, che pur di accrescere i propri guadagni non arretra davanti a nulla: disastri ambientali, traffico di armi, corruzione, assassinio, traffico di esseri umani, accordi con la mafia.

Ma, se i mass media tentano di educarci, allora perché i comportamenti moralmente deviati prevalgono, perché si sviluppano razzismo ed omofobia, perché la corruzione, la droga, la prostituzione, la pornografia predominano? 

 

 

 

 

 

 

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categorie: cultura, televisione, giovani, democrazia, conoscenza, intellettuali, classe dominante
sabato, 20 giugno 2009

Assassini 6: Il pedofilo

lol

 

[Post sconsigliato ai minori]

A Vladimir Nabokov

   

Chi mai ha detto che i bambini sono innocenti?

Se incontro quell’imbecille, giuro che l’ammazzo, e io in queste cose non scherzo, ma le faccio veramente, se proprio mi ci tirano.

Sì, forse ci sono ancora creature giovani e innocenti; ma certamente non sono tutte così. Le bambine, soprattutto, possiedono arti seduttive, fin dall’infanzia, che non esiterei a definire diaboliche, se non temessi di attribuire al diavolo follie e perversioni che probabilmente non appartengono nemmeno a lui, che da bravo maschio è sinceramente e coerentemente malvagio, mentre le piccole tentatrici di cui parlo, senza essere veramente malvagie, risultano essere, a volte, molto più ambigue e avvolgenti di lui, usando gli strumenti di un’oscena naturale fascinazione, che produce su alcuni di noi effetti devastanti.

Ho incontrato una di queste creature quand’ero ancora ragazzino e iniziavo a provare i primi desideri erotici, per quelle creature dalla pelle liscia e delicata e dai grandi occhi sognanti che chiamano ragazze. Nella mia stanza chiusa, sotto il bianco delle lenzuola, immaginavo impossibili contatti con quell’universo femminile distante e irraggiungibile, se non tramite casuali o provocati sfregamenti, che però sempre casuali dovevano sembrare, per non causare insopportabili angosce alla mia tormentosa timidezza.

Il piccolo demonio si chiamava Lena e venne a scovarmi nel mio rifugio di campagna, durante una delle lunghe permanenze in villa della mia famiglia, tra la primavera e l’estate.

Era venuta a trovarci un’amica di mia madre, una signora piuttosto brutta e goffa, che si chiamava Fanny e aveva, oltre che il nome, anche l’aspetto di un’altra epoca.

La ragazzina non era di eccezionale bellezza, era piuttosto bassa, ma iniziava a manifestare una certa morbidezza lasciva, che si esprimeva nel modo di camminare e di parlare. Cominciò a scorrazzare dappertutto, a rincorrere i gatti e ad esplorare tutto quello che non  era immediatamente visibile dai vialetti ghiaiosi.

Quando si stancò di girovagare, non trovando più attrazioni degne di attenzione, decise di dedicarmi una parte del suo tempo, cercando di mettersi in mostra a suo modo.

- Guarda i miei piedi: non sono belli?

Li guardai: veramente erano belli, regolari e con le dita ben staccate e non ancora deformate dalle costrizioni delle impossibili calzature femminili. Erano graziosi e dall’apparenza morbida, e lei li sollevò, liberandoli facilmente dai sandali che le stavano larghi. Poi si mise a correre a piedi nudi sul prato ridendo. - Prendimi, gridava, prendimi; le corsi dietro. Lei mi schivò per un po’ poi si lasciò afferrare; cademmo al suolo. - Riposiamo, disse. Dopo un po’ si alzò in piedi e, sempre sorridendo, cominciò a sollevare un piede e ad appoggiarmelo sul petto: lo infilò dove la camicia era sbottonata accarezzandomi la pelle nuda che, allora, era ancora priva di peli. Poi scese e me lo appoggiò sulla pancia. Trovò gli slip e vi s’infilò per un attimo poi riprese la sua esplorazione del mio torace. Sembrava divertirsi molto.

- Ti piace? mi chiese.

Non potevo rispondere, perché la velocità del mio battito aveva raggiunto livelli di guardia e quasi non deglutivo.

Quando tornò sui miei slip ebbe una sorpresa.

- Oh; com’è cresciuto!, disse e continuò a palpeggiare.

- Ma che schifo: sei bagnato! fece improvvisamente, con una smorfietta, e corse via, raggiungendo il gruppo degli adulti, che chiacchierava, molto più avanti, sul vialone principale.

Quella fu la prima e l’ultima volta che la vidi; ma a lei devo se sono diventato quello che sono, se il desiderio acceso in quei brevi momenti è diventato un’istanza inappagata e coercitiva, che ha condizionato tutta la mia vita da giovane e da adulto.

Da quel momento ho cominciato a cercare donne, perché donne e non bambine dovevano essere, se volevo osservare la legge, quella legge che impone alla natura di frenare i propri istinti e di restringere dentro un preciso limite d’età quei desideri irrefrenabili che nascono e si sviluppano molto prima di quanto l’ipocrisia sociale sia disposta ad ammettere.

Iniziò così un lungo periodo di frustrazione e di repressione dei miei istinti più radicati e perversi; mentre dovevo anche studiare e cercare di farmi una posizione, quella che mi avrebbe poi consentito di raggiungere quello che allora sentivo come supremo compito della mia vita, il matrimonio.

Così, tra una depressione e l’altra, sono riuscito persino a prendere moglie, una donna discretamente carina, ma piuttosto fredda, preoccupata più del suo lavoro che delle performance erotiche, e ad averne una figlia, la mia piccola Teresa, seria e pensierosa, schiava dello studio e dei compiti a casa.

Dopo la nascita di Teresa, i miei rapporti con mia moglie sono divenuti quelli di un buon vicinato. Non abbiamo più sentito il bisogno di fare l’amore, anche perché lei era terrorizzata dalla possibilità che una seconda gravidanza le bruciasse la carriera. Perciò la vita ha iniziato a trascinarsi senza momenti di crisi, ma nemmeno di particolare esaltazione.

Ero, per così dire, rassegnato e dormiente, quando un giorno, purtroppo, ho visto un’immagine che mi ha riportato indietro negli anni.

Lo stesso visetto imbronciato, lo stesso sguardo sfrontato ma nello stesso tempo incredibilmente fresco e in apparenza innocente. Avrà avuto undici o al massimo dodici anni, ma la sensualità delle sue movenze, la bocca naturalmente troppo rossa, l’eleganza flessuosa delle gambe ancora molto snelle ma già splendidamente delineate ne facevano una creatura che s’indovinava creata per il piacere, un bocciolo non ancora in piena fioritura, ma già deliziosamente profumato.

Era compagna di scuola di Teresa e la frequentava, credo, nella speranza di ricavarne qualche beneficio negli studi, così come i gatti sono amici del sole per riscaldarsi. Teresa non stravedeva per Fede, così si chiamava la piccola ninfa, ma ne accettava l’amicizia, come una concessione che si deve ai meno dotati di noi, una specie di tributo da pagare in cambio della propria eccellenza.

 

Un pomeriggio sentii suonare alla porta. Era Fede: cercava un libro che avrebbe dovuto essere nella stanza di Teresa, che si era dimenticata un paio di sere prima. Lo trovammo, poi lei scese in tinello. - Che caldo, disse, e si sollevava la maglietta per farsi vento, lasciando scoperta la pelle al di sopra dei minuscoli pantaloncini. Le offrii un gelato, era il minimo che potessi fare. Lei si accomodò sulla poltroncina e cominciò a succhiarlo. Le sue gambe erano distese, accavallate l’una sull’altra, e la gamba che poggiava sull’altra cominciò a muoversi su e giù agitando l’infradito che nel movimento rischiava quasi di cadere. Era strepitosa, vista così da vicino, e i miei ormoni cominciarono ad entrare in combustione facendo salire la potenza del desiderio.

Qualcosa doveva accadere, per giustificare quell’insperata presenza, quell’occasione di piacere che sembrava concretizzarsi, ma che poteva dissolversi in un attimo.

E infatti qualcosa accadde.

Lei si mosse di scatto e il suo piede sbatté violentemente contro la gamba del tavolo. Lanciò un grido presto soffocato e l’ultimo pezzo di gelato cadde sul pavimento. Mi avvicinai premurosamente e ne approfittai per prendere tra le mani quel piccolo piede stupendo e massaggiarlo.

- C’è un solo modo per far passare il dolore, feci, con la voce divenuta quasi rauca per l’emozione che iniziava a dominarmi.

- Quale?

Mi guardava con i suoi occhioni verdi spalancati

- Questo, gracchiai.

Mi ero chinato e avevo preso l’alluce in bocca massaggiandolo con la lingua.

Lei sembrava più divertita che sorpresa, poi cominciò a spaventarsi.

Ora basta, disse.

Era proprio una donna!

Ma ormai ero io che non potevo più trattenermi. Le mie mani andavano liberamente sulla superficie di quelle gambe incredibilmente lisce, la mia bocca saggiava la consistenza dei suoi polpacci e risaliva… risaliva… Non c’era più forza umana che fosse in grado di resistermi e lei cercò di esercitarla, quella forza. Dovevo sembrarle impazzito, cominciò a mugolare e a pregarmi di smettere. Ora aveva veramente paura.

Ma di cosa hai paura, mia deliziosa Federica, temi che voglia possederti con la forza? Io no… non voglio nemmeno penetrare dentro di te… in realtà non mi è mai interessato farlo… con nessuna donna… ma ti voglio in mio potere, tutta la tua pelle distesa sotto la mia, mentre io la tocco, la bacio, tutta la tua pelle, anche quella delle tue poche parti rimaste nascoste… ti prego lasciamelo fare… ora non puoi piangere… no… non minacciare. Sai che non puoi resistere, perché io sono fortissimo e tu non hai speranza di aiuto. Devi lasciarmi fare, mentre ti rovescio supina sul pavimento e mi muovo su di te, rilasciando sulle tue forme acerbe il potere del mio corpo, esasperato da tanti anni di forzata astinenza. E quando finisco tu non capisci, era amore, era solo amore per il tuo musetto imbronciato, per quegli occhi verdi che risplendono come smeraldi, per quel tuo muoverti così pieno di promesse.

Non devi riempirmi di odio e disprezzo, dire che sono un vecchio schifoso, che dirai tutto a tuo padre, che fa l’avvocato, e a tua madre che lavora, pensa un po’, al tribunale dei minori, e che mi rovinerai ed ora ci credo anch’io che sarò rovinato che vedrò precipitare nel buio la mia vita per un’avventura senza senso per una delle tante possibili avventure fatta però con la persona sbagliata.

È per questo, piccola Fede, che ora devo fare una cosa, la sola cosa che posso fare, che tu mi obblighi a fare, mia piccola bellissima creatura, prima che arrivi qualcuno, prima che tu possa scappare e raccontare tutto, prima che il mondo mi precipiti addosso: TI DEVO UCCIDERE!

postato da Diaktoros alle ore 21:10 | link | commenti (8)
categorie: amore, bambini, costume, bellezza, violenza, pedofilia, stupro, assassini
domenica, 14 giugno 2009

Assassini 5 - L'inferno

inferno

Mi sentivo in alto, vicino al soffitto, e vedevo il mio corpo giacere abbandonato come un vestito vuoto, senz’anima oscillavo e la mia mente era libera di volare; poi qualcosa mi ha riassorbito e ho ricominciato a vedere con gli occhi, ma non riuscivo a muovermi - senza pace senza pace la mia mente ma il corpo immobile non poteva seguirla fissata incollata supina nell’incerta coscienza di esistere ancora.

Anzi un’angoscia senza tregua m’incatenava al letto e rimanevo perduta nel biancore distinguevo le minute asperità della tela le striature minute e quasi invisibili della materia che i miei sensi accresciuti riuscivano a penetrare al di là di ogni umano potere.

Ricordavo che qualcosa qualche tempo prima era uscito dal mio corpo che l’aveva nutrito per tanti lunghissimi giorni: era un bambino - il mio bambino dicevano - generato da un amore ingannato da un piacere sofferto e incolpevole.

L’inganno si era fatto carne nella violenza e nello scherno nella paura e nel maleficio.

 

Così era nato, ma io non l’avevo ancora visto. Chi era quella cosa che poi mi hanno fatto vedere, con gli occhi d’un profondo nero, translucidi e inquietanti, come quelli di un rettile? Ho visto il nero dell’inferno penetrarmi attraverso quegli occhi non poteva essere mio quell’essere urlante che si agitava emanando luci gelide e fosforose pervase di pece e di liquida morte, occhi come perle nere, occhi come globi d’acciaio.

E una voce gridava più forte nel mio cervello e mi enunciava la verità quella verità che non poteva essere conosciuta da nessuno che non poteva essere accettata né subita. “Guardalo, è il figlio di Satana”, gridava la voce. Mi sentivo in contatto con una dimensione invisibile, con le sue forme e con le sue creature. Il pavimento scuro si curvava e si muoveva come se enormi animali degli abissi cercassero di uscirne. Le pareti della mia stanza divenivano translucide e poi trasparenti e mi lasciavano intravedere quel mondo che esiste e che nessuno percepisce. Perché oltre i nostri confini c’è un abisso caotico e terrificante che ha muri d’angoscia e scale di veleno un mondo che è con noi e dentro di noi perché sta dentro e oltre la nostra materia e la nostra energia. Questo era quello che mi circondava la verità che mi possedeva con tutto il suo insostenibile orrore immagini o meglio forme percepite e suoni angosciosi e violenti di un folle penetrante stridore  e al centro di tutto stava la cosa che strideva come una forma viva e ghignante non più umana e  coerente con piani mollemente ritorti e articolati nello spazio e sprigionanti un fetore ammorbante.

Non potevo più ascoltare quel suono orribile e resistere al suo immondo fetore: così ho aperto la finestra e ho fatto rotolare quella cosa, quel corpo inumano giù dal davanzale, Solo allora la tenebra si è dissolta e un languore profondo mi ha penetrato, restituendomi la visione delle cose comuni e ormai insperate. Così ho riottenuto quel sentire umano che avevo perduto, la visione del cielo e della terra.

Ora diranno che sono pazza e che ho ucciso mio figlio, perché sono una folle assassina.

Ma Dio vi salvi dalla vista dell’Inferno, che io, solo io, ho avuto la spaventosa disgrazia di vedere attorno e dentro di me.

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categorie: bambini, delitti, diavolo, inferno, fantastico, assassini
mercoledì, 10 giugno 2009

Cinema d'autore

 

saturno

È da un po’ che non vado al cinema: costa troppo; perciò i film li vedo in televisione, quando me li lasciano vedere. Così finalmente mi è capitato di vedere Saturno contro, di Ozpetek.

Mi aspettavo un film profondo e interessante, sul dolore e sull’amicizia, ma mi sono imbattuto in un prodotto sostanzialmente inutile, pretenzioso come le musiche usate nella colonna sonora, musiche per intellettuali, giustamente raffinate, come si addice al cinema d’autore, musiche da critici (oltre il solito tango, una Carmen Consoli che canta in francese, ma che finezza!), mica da concerto pop.

Il regista è talmente impegnato a fare del bel cinema che si dimentica di fare del vero cinema.

Il risultato è una serie di scene oleografiche, fredde anche quando rappresentano il dolore.

I personaggi sono troppi e per questo poco delineati. Forse qualcuno si sarà rivisto nella società descritta da Ozpetek, forse qualcuno dei suoi amici. Io certamente ho visto come lontanissimo e irreale il mondo in cui si aggirano quegli incredibili personaggi. Assolutamente impossibile immedesimarsi in nessuno dei membri del gruppo, né partecipare emozionalmente alla storia.

Le attrici sono un gruppetto di ex giovani attrici in piena decadenza fisica, passate appunto dal ruolo di giovani promesse  a quello di vecchie glorie senza aver mai aver avuto una reale carriera. Ci si chiede se dovevano essere truccate così male per accentuare la drammaticità del ruolo o se sono tutte ormai diventate delle vecchie carampane, compresa la ancor giovane Angiolini; oppure dovevano essere così orrende per giustificare le scelte sessuali, altrimenti inspiegabili, dei protagonisti ? (Se le donne sono così, meglio passo all’altra parrocchia!)

Tra le tante scene di elevata qualità estetica, spiccano le camminate in compagnia (non saprei descriverle diversamente), assolutamente pasticciate e fuori luogo. Confesso che nell’assistervi ho pregato il fantasma di Buñuel perché non si rivoltasse nella tomba. Stupenda anche la scena iperscontata in cui il gay vedovo si abbatte in lacrime, con sublime ripresa dall’alto, dopo aver fatto illudere il pubblico per qualche istante su un suo possibile suicidio, che avrebbe fatto terminare più rapidamente l’agonia (del pubblico).

Naturalmente da tutto questo si può ricavare una morale, che potrebbe essere la seguente:

Non basta parlare di gay o di altri temi alla moda per fare cinema impegnato.

Non basta impressionare qualche ora di pellicola per ricavarne uno spettacolo vero.

Non basta riprendere alcuni discreti attori con una macchina da presa per rendere la loro recita credibile e coinvolgente.

La cosa tragica è che noi, cittadini italiani, finanziamo queste sublimi produzioni con le nostre tasse, perché magari, domani, in un cineforum qualsiasi, uno dei tanti Fantozzi di turno si alzi e dica candidamente: “A me ‘sto film mi sembra una ca..ta pazzesca!”. [standing ovation]…

 

  

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categorie: cinema, costume, ozpetek, intellettuali, diversitĂ 
sabato, 23 maggio 2009

Uomini e troll

uominiehobbit

 

Quando sono arrivato a diciott’anni e mi sono reso conto che ero molto più piccolo e mingherlino dei miei compagni e che ormai non sarei più cresciuto nemmeno di un centimetro, ho capito che ero diverso.

Mio padre mi diceva che anticamente c’erano i giganti, ma poi erano scomparsi, lasciando la Terra al nostro piccolo popolo.

Ora era avvenuto il contrario. Noi piccoli eravamo diventati sempre più rari ed eravamo guardati con curiosità dagli altri, come se fossimo animali in via di estinzione.

Era avvenuto quello che diceva la Genesi, solo che il testo sacro ci definiva uomini, perché in realtà eravamo proprio noi gli abitatori originari della Terra. Era avvenuto che gli altri, gli esseri giganteschi, avevano trovato graziose le nostre donne e avevano generato con esse dei figli, che erano diventati progressivamente, con la selezione naturale della razza, sempre più alti e robusti.

Ormai, dopo tanti millenni, la bellezza tra gli uomini veniva associata all’altezza, alla grandezza, alla robustezza fisica; mentre noi piccoli, che avevamo un'altra vista, percepivamo le cose in un altro modo. Per noi erano la delicatezza, la morbidezza delle forme e la perfezione delle proporzioni a rappresentare un ideale di bellezza e di grazia.

E ora, nel nostro tempo, io vedevo che i giganti avevano nuovamente invaso la terra; non si curavano nemmeno di noi, come se non ci vedessero. Quando si trovavano a dover trattare con noi, ci consideravano con una sorta di commiserazione, come residui anomali e infelici di un tempo lontano.

Non era facile per noi trovare una compagna. Le stesse femmine della nostra razza, per riscattarsi  dalle umiliazioni dovute alle piccole dimensioni, preferivano legarsi a esseri di razza umana (della nuova umanità), scegliendo di solito i più alti, per una sorta di compensazione. Questo garantiva una discendenza dall’aspetto e dalle dimensioni umane, non condannata a sopportare i tormenti della diversità.

Eppure a volte i miracoli avvengono e dopo anni di solitudine e disperazione finalmente trovi una compagna non troppo diversa da te, che non ti disprezza come le altre e forse si trova a suo agio con te proprio perché non sei come gli altri, perché i giganti, con la loro arroganza e la lorio violenza, la impauriscono e le sembrano inaffidabili.

Potresti essere felice con lei, ma questo non ti basta; perché c’è una specie di gusto della diversità, ed è quello che ti porta a distruggere il tuo rapporto, perché comunque non sei soddisfatto di te stesso e quindi non puoi accettare nemmeno una comune felicità. Una vita di serena e composta compagnia con una persona che sembra proprio essere della tua specie non ti compensa dell’odio che hai verso te stesso. Continui a desiderare quello che è manifestamente impossibile: ESSERE COME GLI ALTRI, essere accettato dagli altri, DAGLI UOMINI, fare tutte le esperienze degli altri per essere accettato da te stesso.

L’insoddisfazione  ti allontana dalla persona che vive con te, che finisci per odiare, perché il legame che ti unisce a lei ti appare come un impedimento a realizzare i tuoi desideri nascosti e a placare la tua inquietudine e il quotidiano tormento riesce solo a distruggere il tuo rapporto, senza farti diventare per questo un uomo.

Quando ti risvegli dal delirio e recuperi l’equilibrio della ragione, comprendi che ognuno deve rispettare la natura e non desiderare una vita che non è quella destinata alla sua razza.

Così il ritorno di una reale percezione del mondo ti fa riprendere coscienza dei limiti imposti alla tua capacità di agire dalla tua stessa struttura genetica.

Ma col ripristino della coscienza anche l’angoscia ti afferra nuovamente e di nuovo la tua mente non tollera la tua indissimulabile e ineliminabile diversità. Ti senti assurdo e fuori luogo.

Perché è difficile essere troll in un mondo di uomini.

 

postato da Diaktoros alle ore 20:15 | link | commenti (35)
categorie: bellezza, giganti, evoluzione, troll, diversitĂ , machen
sabato, 16 maggio 2009

Profeti

nostradamus

Mi chiedo come mai non sia successo niente al Papa, malgrado abbia commesso l'imprudenza di trascorrere la fatidica data del 13 maggio in Terrasanta. Possibile che gli interpreti di Nostradamus abbiano fatto un buco nell'acqua?

A questo punto, mi arrischio anch'io ad espormi in qualità di profeta.

perché So finalmente che cosa succederà nel 2012!

Ed ecco io profetizzo che, alla fine di quel fatidico anno, Roberto Giacobbo andrà in pensione, perché non saprà più che accidente inventarsi per il suo Voyager!

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categorie: televisione, papa, profezie, voyager, nostradamus, 2012
domenica, 10 maggio 2009

Lo specchio che fugge

specchio

 

"Gli uomini pensano il futuro, vivono per l’avvenire, consacrano perpetuamente tutti gli oggi a dei domani che devono venire. Ogni uomo non vive che per quello che prevede, aspetta e spera. Tutta la sua vita è fatta in modo che ogni istante ha valore per lui soltanto in quanto egli sa che questo istante prepara un istante successivo, ogni ora un’ora che verrà, ogni giorno un giorno che seguirà. Tutta la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative – tutto il suo presente è fatto di pensieri intorno al suo futuro. Tutto quello che è, ch’è presente, ci sembra oscuro, meschino, insufficiente, inferiore, e noi ci consoliamo soltanto pensando che tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire. Tutti gli uomini, lo sappiano o no, vivono per questa fede. Se ad un tratto si dicesse loro che fra un’ora dovranno tutti quanti morire, tutto ciò che fanno e hanno fatto non avrebbe per loro nessun gusto, nessun sapore, nessun valore. Senza lo specchio del futuro la realtà attuale sembrerebbe turpe, lurida, insignificante. Senza il domani che fa sperare nelle rivincite, nelle vittorie, nelle ascensioni, nelle promozioni e negli aumenti, nelle conquiste e negli oblii, gli uomini non consentirebbero più a vivere".

 

Da: G. Papini, Lo specchio che fugge, Parma-Milano, F. M. Ricci, 1979, p. 97.

 

 

Si è affermata l’idea che Papini sia stato un autore di pura saggistica, inadatto a scrivere narrativa.

Dice, ad esempio, G. Toffanin (Le parole e le idee, 1(1959), n. 1, p.7): “Perché insomma Papini era un poeta: del romanzo, del racconto, dell’arte narrativa in più d’una occasione disse peste, un po’ perché se lo meritavano, un po’ perché egli non c’era nato”.

Un dato di fatto è che Papini ci ha lasciato alcuni dei più bei racconti fantastici scritti da un italiano; che questo italiano fosse un letterato (o un "poeta") che si occupava di saggistica e che non era “nato” per il racconto è piuttosto paradossale.

Papini sembra piuttosto un genio sprecato. Sperimentatore futurista, passata l’ubriacatura bellicista di tanti intellettuali di fronte alla realtà della guerra, si inserì in una dimensione cattolica, ma senza perdere quella capacità corrosiva  che era nelle sue corde espressive.  Aderì al fascismo e si adeguò alle sue posizioni antisemite, anche se aveva assunto in precedenza chiare posizioni antirazziste:

 

“I razzisti all'ingrosso van cicalando di razze come se l'etnologia fosse una scienza precisa e certa quanto la geometria”.

 

La coerenza e la continuità di pensiero non furono tra le sue qualità. Papini scrisse tutto e il contrario di tutto. Nella sua vita riuscì ad essere nichilista e cattolico, eversore ed integrato, interventista e pacifista, antirazzista ed antisemita.

Papini ebbe una notevole fortuna, anche internazionale, quando si mise a scrivere testi di ispirazione religiosa, come la Storia di Cristo, che riflettevano la sua scelta di campo nell’ambito del pensiero cattolico. Ma i testi migliori di questo abilissimo scrittore sono forse i suoi raccontini fantastici, riscoperti da J. L. Borges, dopo un lungo oblio, dovuto soprattutto all’adesione papiniana al fascismo e al Manifesto della razza del 1938. Solo recentemente, nel 2006, in occasione del cinquantenario della morte, si è ripreso a pubblicare e studiare Papini, un uomo irrequieto e contraddittorio, molto amato e molto odiato, probabilmente opportunista e talvolta anche eticamente riprovevole, ma indubbiamente geniale.

 

 

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categorie: vita, speranze, futuro, illusioni, razzismo, intellettuali, papini, letteratura fantastica
domenica, 03 maggio 2009

Disamore

periferia

 

È un diluvio di petali il tuo nome

e mi toglie il respiro inutilmente

mi stendo sulle nuvole coprendo

la tua buia e mutevole stagione

 

Da tanto tempo frana il disamore

sulle giornate uguali e appesantite

dai passi prevedibili dal suono

costante di brandelli di parole

 

Sei nascosta e lontana come il sole

ai remoti pianeti come il cupo

sussurro degli abissi nulla scopre

l’anima dolce del tempo sereno

 

Cosa ricordi di quei giorni accesi

di suoni accarezzati sotto il passo

di caldi arcobaleni di cortine

spalancate alla luce e ai desideri ?

 

Io bevevo i tuoi sogni e m’inebriavo

oltre il mio stesso fine oltre il fulgente

alitare del fuoco del presente

verso il cielo dorato del futuro

 

Ma il dolore incatena le irrisolte

vestigia della notte le imperfette

ondate inesauribili sul greto

del pensiero fremente e illimitato

 

E la pioggia non cessa lentamente

dissolve i volti e le città sognate

così continua e uggiosa e senza requie

la vita smorza e uccide i sentimenti

postato da Diaktoros alle ore 22:23 | link | commenti (14)
categorie: amore, vita, dolore, speranze, futuro, illusioni
sabato, 25 aprile 2009

Liberi di non lavorare?

Arbeitmachtfrei

 

Nel 1986 ho avuto il piacere e l’onore di leggere, ancora in bozze, un libro di Antimo Negri, I tripodi di Efesto, che faceva il punto, allora, a metà degli anni Ottanta, sullo stato e le prospettive del lavoro umano, in una società che già si definiva postindustriale. Ho ripreso in mano il volume e ne traggo spunto per proseguire la discussione, iniziata pochi giorni fa, sulla fine del lavoro, come possibile approdo dell’esperienza terrena dell’uomo. Molti sono i passi sui quali si potrebbe riflettere.

Leggo ad es. a p. 31:

 

La potenza “esoneratrice” della tecnica, però, ha prodotto e produce  un “tempo libero” che è, come si è visto, senza i paraocchi di una retorica tecnologicistica, “disoccupazione strutturale”. Né quella del “disoccupato strutturale”, comunque “assistito” o forse proprio perché “assistito”, può dirsi una condizione paradisiaca: non c’è paradiso dove c’è emarginazione, frustrazione di un’ “assistenza “ ricevuta come un’elemosina, disperazione di un ozio che depaupera esistenzialmente, dissipazione di un “far niente” che non è neppure “dolce”, se finisce col comportare anche fughe nei paradisi artificiali della droga ed esili antimetropolitani che valgono errori dello spirito.

 

È questa dunque la strada per ritrovare il paradiso perduto?

È possibile trasformare questa disoccupazione forzata di massa nell’ambito di una società in cui, non esistendo più un lavoro salariato, diviso, necessario per vivere, ci si orienti verso l’attività, il lavoro libero?

Si tratta di un lavoro che, come sostiene Marx nei Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie, può non essere “un puro divertimento”, in quanto un lavoro realmente libero” può  essere “lo sforzo più intensivo che ci sia”, però è comunque un impegno volontario svincolato da qualsiasi obbligo, in quanto non remunerato.

È realistica la visione di Schiller di un’umanità che ha lavorato perché “la generazione futura in beato ozio potesse attendere alla sua salute morale e sviluppare la libera crescita della sua umanità”?

(Friedrich Schiller, Briefe über die ästhetische Erziehung des Menschen).

Non si realizzerà invece una società in cui una maggioranza di emarginati, retta da pochi ricchi oligarchi assistiti da una schiera, più o meno nutrita, di tecnocrati ben retribuiti, non avrà più né l’obbligo né l’opportunità di lavorare e considererà questa condizione, supportata da una retribuzione ai limiti della sopravvivenza, non come un ritorno all’Eden ma come un ingresso a una sorta di inferno in terra?

 

Nella realtà dei nostri tempi, quella che era un’utopia e una rivendicazione, la liberazione dal lavoro diviso, diviene invece un’imposizione del sistema, un’esigenza dell’apparato produttivo. Già oggi il lavoratore che ancora non ha perso la sua occupazione viene spesso vilipeso in quanto inutile e soprannumerario.

 

Come considererà la sua esistenza questa maggioranza non più impegnata in un lavoro necessario? La considererà come chômage, che implica il concetto di ristoro dalla fatica, o come unemployement (o Arbeitslosigkeit), in cui prevale il senso di mancanza?

Tutto dipenderà dal valore che sarà attribuito nella nuova società al denaro e ai beni materiali acquistabili  e di conseguenza alla qualità della vita (qualità percepita più che qualità assoluta) in quella società.

Resta inteso che quella maggioranza di non scienziati e non tecnici  non potrà chiedere e ottenere di essere integrata in un lavoro reale e produttivo come scienziato o tecnico, in quanto non ha le abilità necessarie, potrà invece cercare di ottenere il riconoscimento di attività diverse da quelle tecnologico-matematiche come attività di interesse sociale e pretendere che i matematici non si organizzino in casta economicamente superiore, schiacciando i non intellettuali e gli intellettuali non matematici.

 

postato da Diaktoros alle ore 11:04 | link | commenti (17)
categorie: cultura, lavoro, democrazia, libertĂ , potere, intellettuali, disoccupazione, costi sociali, classe dominante
lunedì, 20 aprile 2009

Il Grande Commesso

euro

 

Le ideologie del Novecento hanno prodotto il totalitarismo, la società ipercontrollata e governata col terrore e l’inganno, che è stata descritta da Orwell e purtroppo realizzata nei regimi retti dalla dittatura di uno stato-partito. Ai filosofi e alle loro utopie fallimentari si sono poi sostituiti gl’imprenditori, alla verità di una propaganda, imposta con la manipolazione e con l’oppressione poliziesca si è sostituita la verità di un’altra propaganda, imposta col denaro.

La forma di dominio è apparentemente meno violenta, ma conduce allo stesso risultato: l’abbrutimento delle menti, ottenuto con la semplificazione e banalizzazione linguistica (la neolingua di 1984), che comporta una semplificazione e un appiattimento del pensiero. I fatti vengono in questo modo selezionati, esposti con un linguaggio semplificato e accessibile, che necessariamente “taglia” sempre qualche componente. Solo poche persone sono abilitate a parlare nei dibattiti, esponendo punti di vista addomesticati e utili ai vari gruppi politici. La lotta politica non espone più idee, bandiere e proposte sociali e culturali, ma facce. La disputa si personalizza, si combatte pro o contro un leader carismatico e, se non esiste, si cerca di crearlo, allevando galletti da combattimento dall’aspetto gradevole e telegenico, che si allenano azzuffandosi nei dibattiti televisivi. Spesso non hanno alcuno spessore intellettuale, ma sono tutti ottimi commessi, dal sorriso accattivante e dalla parlantina sciolta, che tentano di vendere il loro prodotto, anche se talvolta francamente impresentabile.

La dittatura mercantile è sicuramente meno dichiaratamente terroristica, tranne che per alcune improvvise, ma accortamente preordinate, manifestazioni di violenza; ma il risultato è sempre lo stesso: la conservazione del potere nelle mani di chi ha le possibilità economiche e strutturali per esercitarlo, una parte minoritaria e consapevole di popolazione che domina la maggioranza inconsapevole, una maggioranza che non conta nulla, che non ha idee proprie, ma adotta quelle imposte dall’alto, dalla propaganda dei gruppi di potere, che fingono di lottare tra loro per dare a questa maggioranza l’illusione di poter scegliere, di godere cioè di un’effettiva sovranità.

Unico modo per opporsi alla logica del potere mercantile è non comprare (limitarsi cioè alla soddisfazione delle necessità elementari, rinunciando a procurarsi beni inessenziali e a soddisfare bisogni indotti). In questo modo ci si pone però deliberatamente in una posizione marginale, si deve rinunciare al successo e alla carriera, a inseguire cioè l’illusione di una cooptazione da parte della classe dominante; si deve diventare sordi ai richiami della pubblicità e delle mode; in poche parole, ci si autoemargina.

D’altra parte, siamo tutti prigionieri dell’ingranaggio. Molti fanno già lavori inessenziali che consentono di guadagnare denaro per ottenere beni inessenziali. Se non accettassimo questa logica, crollerebbe il sistema, rivelando che già da oggi il lavoro sta diventando sempre meno centrale e che bisognerà prima o poi accettare l’idea di un mondo in cui non esisteranno né il diritto al lavoro, né il dovere di lavorare.

In conclusione, attualmente, la nostra società si articola in:

a – Imprenditori e venditori, con le loro strutture di supporto, ad alto livello retributivo.

b – Clienti

c – Autoemarginati (una sparuta minoranza).

Ma sarà sempre cosi?

 

postato da Diaktoros alle ore 19:28 | link | commenti (3)
categorie: cultura, lavoro, libertĂ , potere, venditori, classe dominante

Chi sono

Utente: Diaktoros
Nome: Guido Mura
Scrivo, penso, commento, compongo musica. Ogni tanto insegno o scrivo articoli di analisi letteraria o invento biblioteche digitali. Oltre a peergynt ho un blog su blogger, http://piazzadisogno.blogspot.com/ e un vecchio sito, http://web.tiscalinet.it/culturetin/

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