Peer Gynt

Il fantastico contemporaneo e la ricerca di noi stessi
domenica, 15 novembre 2009

Le scelte


viadell


Devo andare, di prima mattina, al Palazzo di Brera.

Ecco che devo decidere il percorso. Non sono un abitudinario. Potrei passare da Foro Bonaparte e da qui arrivare in Piazza del Carmine, per poi fare il solito budello (via del Carmine) che sfocia in via Brera, oppure percorrere via Cusani. Ma anche da qui ho due possibilità: andare a sinistra, per Ponte Vetero e girare a destra, nella piazza, verso la chiesa del Carmine oppure proseguire per via dell’Orso. Qui, sul lato sinistro, dalla parte di Brera, subito dopo il crocicchio, c’è sempre un mezzo che posteggia in parte sul marciapiede. Di solito è un furgone che scarica materiale da consegnare. Oggi è un camioncino da cui esce un serpentone verde che deve o scaricare liquidi o spurgare qualche scarico idrico intasato. Non ho tempo di approfondire la questione. Tra la facciata dei palazzi e l’ingombrante arnese metallico c’è a malapena lo spazio per il passaggio di una persona. A complicare il tutto intervengono anche due fioriere con degli arbusti spelacchiati, che sottraggono altri preziosi centimetri.
Una donna di mezza età, brutta come la morte, s’infila tra l’imitazione asfittica della jungla nera e il mostro dalla proboscide verde e, con passo deciso, percorre quei pochi metri di strettoia e arriva da me, che l’aspetto a piè fermo, prima d’inoltrarmi, nel senso opposto al suo, nella stretta camminatoia.
Più avanti, quando ho superato ormai il percorso più difficile, viene verso di me Warren Beatty, identico all’originale, solo un po’ più scuro di carnagione: insomma un Warren Beatty abbronzato. Mi fissa, anche, in maniera strana. La cosa non mi sconvolge, anche perché non mi sento un uomo preda e le attenzioni di un fustacchiotto non mi interessano. Vado avanti veloce e ho ancora altre opzioni:

  1. Imboccare il primo vicoletto, che dà in un altro vicoletto, da cui poi, svoltando a destra, si finisce in via Brera.
  2. Imboccare il secondo vicoletto, via Ciovassino, per svoltare a destra in via Melone e poi a sinistra in via Brera.
  3. Andare avanti per via dell’Orso fino a incontrare sulla sinistra la strada che conduce a Brera.

 

Scelgo quest’ultima soluzione.

E così sono finalmente in via Brera e, quando arrivo all’altezza di via del Carmine, capisco perché ho scelto il mio alternativo percorso. La strada che da piazza del Carmine conduce in via Brera è quasi completamente ostruita da chissà quali lavori. Forse i pedoni riescono a passare, comunque a loro rischio e pericolo, perché si trovano proprio in mezzo a un cantiere di lavori. Forse stanno costruendo rifugi sotterranei in previsione del prossimo arrivo degli alieni e per cercare di sopravvivere alla fine del mondo prossima ventura, così come si dice che stiano facendo in Islanda e altri ameni paesi del profondo nord. Anzi mi sembra che la fine del mondo sia invocata dai soliti abitanti di Thule, che non sanno come fare per liberarsi di tutti questi fastidiosi e prolifici terroni, che tra un po’ domineranno su tutte le terre emerse.

Perché tutto questo banale ed egocentrico discorso? Perché avevo voglia di raccontare tutte le stupidaggini che mi sono occorse in una mattinata qualunque?
No, certamente, ma perché, a pensarci bene, mi sono comportato proprio come una qualsiasi particella di un universo quantistico. Avevo delle probabilità, ero libero di scegliere, ma i punti in cui potevo venirmi a trovare erano comunque determinabili, perché il mio obiettivo era sempre lo stesso e non potevo che andare esattamente dove sono ora, a preparare le riprese per le mie legature barocche. Però i miei movimenti sono stati forse condizionati anche da qualcosa che non si può definire razionalmente: forse è intuizione, forse preveggenza, forse semplicemente caso, un po’ come indovinare al lotto una sequenza vincente.
E questa è la vita, tra razionalità e mistero.

Milano, 14 novembre 2009


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categorie: vita, libertà
sabato, 07 novembre 2009

Liberi e soli

duefacce

Comprese che tutti gli uomini camminano l’uno a fianco dell’altro, traverso gli avvenimenti, senza che nulla unisca mai due esseri fra loro. Sentì, per il tradimento di colui in cui aveva riposta tutta la sua fiducia, che gli altri, tutti gli altri, non sarebbero mai stati che dei vicini indifferenti in quel viaggio breve o lungo, lieto o triste, secondo gli eventi, incerti, ignoti. Comprese che anche fra le braccia di quell’uomo, quando s’era creduta un tutto con lui, una fusione d’anime e di corpi, non si erano che un po’ avvicinati sino al contatto degli impenetrabili meandri in cui la misteriosa natura ha isolato e chiuso la sua creatura. Ella vide nettamente che nulla mai né ha potuto né potrà abbattere questa invisibile barriera, che disgiunge gli esseri l’uno dall’altro come le stelle del cielo.

Mont-Oriol : romanzo / Guy de Maupassant ; traduzione P. E. Francesconi. - Milano : Casa Edit. Galli di Baldini, Castoldi e C., 1898

 

Vicinanza, non unione. La barriera che separa un essere dall’altro è insuperabile. Il maggior tormento per gli amanti è quello di non riuscire, in nessun modo, a superare questo limite di carne.

 

La penetrazione conduce solo a una congiunzione parziale ed effimera, che non coinvolge il pensiero, la coscienza individuale. L’orgasmo è un momento di assenza di pensiero, che può trascinare i partner in un abisso indifferenziato in cui si scarica (o si genera?) energia, ma siamo sempre nell’ambito di un andare oltre la persona in qualcosa di sovraindividuale, che però non ha le caratteristiche di una coscienza di coppia, né di una coscienza globale, di specie.

 

L’orgasmo multiplo e contemporaneo di più persone è allora più coerente con questo universo impersonale e per questo viene sperimentato nei riti orgiastici, così come le religioni che hanno voluto rifiutare la componente materiale dell’uomo ricorrono alla preghiera in comune di decine, centinaia o migliaia di persone.

 

Nessuno però sa se queste forme rituali abbiano un qualche effetto reale o se siano solo l’esplicitazione di un desiderio di aggregazione, che si esplicita nell’uomo in analogia con quanto si manifesta nell’universo come attrazione, in varie forme e su diverse scale.

 

L’unica evidenza che si trae dall’osservazione della natura è che l’attrazione, in qualunque modo si realizzi, necessita sempre di unità differenti che si attraggono, pur rimanendo distinte.

Questo avviene per gli esseri viventi pluricellulari, i metazoi, e per le megastrutture materiali, i corpi celesti. Tra i protozoi si può invece realizzare la fusione delle cellule. Resta di norma, comunque, che le unità provviste di cervello e di coscienza individuale non possano condividere sensazioni e ricordi, né considerarsi parte di un’unità superiore. Nessuna forma di religione, dal cristianesimo all’islam o al comunismo di matrice marxista, malgrado il condizionamento imposto alle coscienze e malgrado la criminalizzazione delle spinte egoistiche, è mai riuscita, se non in modo parziale ed effimero, a creare una vera coscienza collettiva. La sostituzione di un pensiero ufficiale e collettivo ai liberi pensieri individuali è utopistica e illusoria, perché innaturale, e nemmeno una società orwelliana può realizzarla compiutamente. Malgrado tutto, siamo liberi… e soli.

postato da Diaktoros alle ore 22:02 | link | commenti (15)
categorie: amore, pensiero, libertà, maupassant, individui
mercoledì, 04 novembre 2009

Alda


L’ho saputo tardi e non me l’aspettavo; non mi sento nemmeno di proporre immagini e rinuncio per ora a un post a cui tenevo: ci sarà tempo nei prossimi giorni.

La sua era una poesia autentica, che non a limitava ad essere puro gioco intellettuale, e non rinunciava mai a comunicare; poesia di veri sentimenti e vero dolore, elaborata con una pulizia formale difficile da raggiungere.

Alda, molti di noi ti hanno seguita e amata; imitata non so, perché forse non eri imitabile e la tua esperienza era troppo personale perché qualcuno vi si potesse immedesimare. Ora sei andata via e il nostro piccolo mondo si scopre più povero.

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categorie: merini, alda merini, morte, poeta
martedì, 27 ottobre 2009

Mauvin 2: Le Grand-Guignol

grandguignol

Il primo episodio di Mauvin è postato qui: Mauvin - Buon Halloween!

Terminato il primo episodio, cominciai a pensare a come iniziare l’azione vera e propria, dopo il salvataggio del mio eroe, al quale, peraltro non avevo ancora dato un nome, e mi proposi di farlo nel secondo episodio. Il nome di Mauvin, invece, mi era venuto subito in mente, con un significato che probabilmente gli era estraneo. Mauwin o Mauvin era infatti un nome di origine gaelica, d’incerta etimologia.

La mia etimologia di fantasia era invece puramente latina, da malum vinum, da cui, per le note trasformazioni linguistiche, in francese si era originato un mal vin, e poi mauvin, cioè vino cattivo, succo malvagio, degno nome per la quintessenza della perversità, che il personaggio doveva rappresentare.

L’eroe positivo, invece doveva avere un nome più sereno, come Dubois o Delors oppure Delahaye (chissà perché pensai solo alla lettera d ?). Dubois mi pareva però troppo comune, Delahaye troppo complicato da ricordare. Scelsi perciò il cognome Delors, che mi pareva insieme elegante e romantico.

Ripresi quindi ad articolare la vicenda, ma mi resi conto di uno strano fenomeno.

Pensarla e scriverla mi dava una sorta di esaltazione, le scene più emozionanti e raccapriccianti mi eccitavano come se le vedessi in un film o, peggio, come se le vivessi di persona. Dapprima il fenomeno risultò persino piacevole, ma col tempo l’eccitazione iniziò a trasformarsi in qualcosa d’indefinibile e di più complesso. Mi pareva che Mauvin esistesse veramente e che le sue orme si potessero individuare anche nella vita reale, negli avvenimenti strani e inspiegabili, nelle storie più truci e immotivate, come se una sola presenza diabolica si aggirasse per il mondo al solo scopo di terrorizzare e uccidere.



Mauvin - Le Grand-Guignol

 

Per seguire le tracce di Mauvin mi resi conto che la lettura dei giornali, soprattutto di quelli di cronaca nera, era un aiuto indispensabile.

Dovunque vi fosse un crimine orrendo, dovunque si verificassero indicibili orrori e spaventose e inspiegabili sciagure era molto probabile trovare l’impronta di quell’essere crudele e abominevole.

Cominciai quindi a leggere con più attenzione i giornali, soprattutto quelli di provincia, più disposti a enfatizzare fatti di cronaca locale che difficilmente trovavano credito nelle redazioni parigine.

Vi era a Parigi, nel 9e arrondissement, il teatro del Grand-Guignol, che seguiva ancora la tradizione iniziata nel 1897 con Oscar Métenier, rappresentando storie orripilanti di cronaca, con scenografie e trucchi scenici che cercavano di esplicitare visivamente l’orrore e la barbarie delle uccisioni e delle esecuzioni. La messa in scena di delitti efferati e sanguinolenti aveva spesso esiti da boucherie, in quanto gli attori si aggiravano sul palco o più spesso cadevano coperti di sangue come macellai, solo che erano, nella finzione, macellai di carne umana.

Questo tipo di spettacoli, che aveva goduto di una notevole fortuna nei primi decenni del Novecento    soprattutto da parte del popolaccio, aveva però ancora i suoi estimatori che erano ora intellettuali raffinati, che amavano vedere rappresentati sulle scene l’estrema depravazione e gli eccessi di bestialità che da sempre covavano nel genere umano.

La visione dell’orrore esplicitava in maniera brutalmente ostensiva le pulsioni violente dell’animo umano, ottenendo quell’effetto catartico che già la tragedia aveva cercato di ottenere in modo più raffinato ed elegante e che si manifestava persino nelle storie sacre, dai Vangeli all’agiografia. In particolare, le vite dei martiri potrebbero essere spunto per i peggiori racconti inventati per la gioia di sadici e amanti delle forme estreme della pornografia.

Fu attraverso un giornale di provincia che venni a conoscenza della strana orribile storia avvenuta in occasione di una rappresentazione che si ispirava ai testi del Grand-Guignol.

Oggi trovereste difficile recuperare la notizia e anche individuare la località esatta in cui i fatti avvennero, perché di fatti si tratta, e non, come si disse, di un’allucinazione collettiva, indotta da un prestigiatore di fama, quel Monsieur Legrand che prese parte all’imprevedibile spettacolo e che altri non poteva essere se non l’esecrabile Mauvin.

Ebbi la fortuna di trovare uno degli spettatori di quello spaventoso spettacolo e di segnare sul mio taccuino la sua testimonianza.

Lo trovai in un caffè dove servivano un ottimo sidro brut, che è la cosa migliore che si possa bere da quelle parti, nelle giornate divorate dal sole. Cercavo di intavolare conversazione e mi trovai a citare quella strana storia, mostrando una comprensibile curiosità. Dissi che ero uno scrittore, in cerca di notizie su fatti strani e drammatici e che avevo trovato informazioni sulla vicenda nel quotidiano della città. Nessuno raccolse l’invito a ricordare qualcosa che la memoria collettiva si rifiutava di riconoscere come reale, tranne quell’uomo dell’apparente età di cinquant’anni, che il biancore dei suoi capelli però invecchiava più di quanto dichiarasse l’aspetto del suo volto.

Mi accolse poi nella sua casa, quel brav’uomo, per mostrarmi le prove di quei fatti orrendi che avevano segnato la sua vita per sempre.

Abitava in una stradina del centro storico, in un’abitazione ancora non completamente riadattata, ma che manteneva le modeste strutture originarie, indicative di una lontana subalternità degli abitanti all’opulenza delle case nobiliari che sorgevano lì attorno. Le scale dai gradini alti rendevano faticosa la salita, ma il semplice e comodo arredo garantiva un piacevole riposo a chi aveva sostenuto le fatiche della scalata.

Il signore dai capelli bianchi, che si presentò col nome di Philippe Boissy, mi fece accomodare nel suo salottino e mi offrì il suo sidro, anche questo di buona qualità, disquisendo sulle caratteristiche e sui pregi della bevanda. Quando si stabilì quell’atmosfera di sana cordialità, che è preliminare alla fiducia e alle confidenze, lo pregai di raccontarmi, dal suo punto di vista, quello che sembrava essere avvenuto durante la recita e che era stato riportato dal quotidiano locale con toni da favola.

M. Boissy si fece pallido in volto e iniziò il suo racconto, che riporto in prima persona, basandomi sugli appunti che ne trassi, rimaneggiandoli appena per assicurare la correttezza grammaticale e la necessaria coerenza narrativa.

 

“Avevo sempre sentito parlare del Grand-Guignol e devo dire che mi incuriosiva assistere ad uno spettacolo di quel genere, che garantiva forti e immediate emozioni attraverso la rappresentazione di orrendi delitti e spaventose punizioni.

Pensavo però di dovervi assistere da spettatore e non da protagonista.

Presi un biglietto la settimana precedente lo spettacolo e mi trovai puntuale all’ingresso del teatro il giorno della recita. Il palcoscenico era addobbato piuttosto rozzamente, con semplici oggetti d’uso, che venivano portati via al termine delle scene.

I personaggi sembravano tagliati con l’accetta, senza sfumature. Orribili e perfidi mostri ingannavano, violentavano, tormentavano, strangolavano e squartavano le loro vittime, tanto deboli e delicate quanto gli assassini erano robusti e invincibili. Certamente la rappresentazione delle nefande imprese descritte dalla cronaca nera non lasciava nulla all’immaginazione. Violenza, ferire e sangue erano gli ingredienti efficaci e immancabili di quel tipo di rappresentazione e la regia usava a piene mani gli effetti più orrendi che uno scenografo folle potesse inventare. Comunque tutto si svolse in maniera prevedibile, finché non intervenne, in qualità di personaggio, M. Legrand.

Il prestigiatore si presentò vestito da mago, con un largo mantello rosso e nero e un alto cilindro sul capo. Il viso rimaneva invisibile, perché l’uomo portava una maschera scura sul volto e i suoi sentimenti, se ne aveva, dovevano rimanere accuratamente nascosti.

L’uomo mascherato si rivolse al pubblico e così lo apostrofò.

Spettatori dell’inferno, miei cari fratelli nel demonio.

Avete assistito a diversi delitti e tutti attendete che la giustizia faccia il suo corso, punendo i malfattori. Ebbene, ora sarò io a punire gli assassini come meritano, perché io sarò il loro boia e voi assisterete alla loro morte. Ma se in voi c’è del male, se in voi si nasconde la perversità, il godimento che deriva dalla visione del male, la vostra malvagità vi terrà inchiodati sulla vostra poltrona, finché la morte non avrà steso il suo velo nero sulle vostre menti.

Non è Legrand, fece un uomo del pubblico, io l’ho visto a Lione, e non è così alto.

Fu zittito, perché la rappresentazione stava entrando nella sua fase finale e più interessante.

Il mago fece entrare i condannati a morte, che portavano le braccia legate dietro la schiena, e le sue assistenti li infilasono, uno dopo l’altro, dentro quelle particolari casse che i prestigiatori usano per il gioco della persona tagliata a metà. Sembrava di assistere a un normale spettacolo di magia. Le casse, di legno lucido, avevano una sorta di intelaiatura  metallica; ma le strisce di metallo presentavano delle lunghe fessure, in cui il mago inseriva con decisione lastre d’acciaio, taglienti come lame, che avrebbero dovuto, per finta, affettare le persone nascoste all’interno del contenitore.

Quando il prestigiatore iniziò la  sua operazione si udì qualche gemito soffocato provenire dai parallelepipedi lignei, poi il silenzio prevalse e, nel silenzio, gli spettatori videro un fenomeno che dapprima non li spaventò, essendo prevedibile in una rappresentazione del Grand-Guignol. Lentamente, un piccolo zampillo rosso cominciò a venir fuori dalle casse, presto seguito da altri, e il liquido, che aveva tutto l’aspetto del sangue umano, si mise a formare un rivolo, che percorse il palcoscenico e iniziò a scendere, con una sorta di cascatella, giù in platea.

La quantità di liquido tendeva ad aumentare, man mano che l’uomo dalla maschera scura inseriva lame e spade nelle fessure di quelle specie di sarcofaghi in cui aveva fatto chiudere i condannati, fino a diventare una sorta di fiume rosso, che iniziò a invadere la sala, arrivando fino ai piedi degli spettatori. A questo punto, alcuni, presi dal panico, iniziarono a urlare e cercarono di alzarsi dalle poltrone; ma una forza invisibile li trattenne. Il sangue continuava a venir fuori a fiotti dalle casse e a colare giù dal palco. Gli spettatori terrorizzati vedevano e sentivano il liquido rosso e caldo che saliva lentamente, dai piedi alle gambe, dalle gambe al tronco e sembravano completamente paralizzati. Il mago, altissimo e possente, aveva allargato le braccia, che tenevano il mantello, e guardava il pubblico. Aveva smesso di intervenire sulle scatole e si era messo a recitare versi oscuri in una lingua sconosciuta. Le sue parole tuonavano nella sala in cui il pubblico, come in un incubo, tentava di urlare, ma non riusciva a emettere alcun suono. L’unico rumore era quello delle orribili giaculatorie dell’uomo in maschera e, quando quelle s’interrompevano, si udiva lo sciabordio del liquido che fluiva nella sala.

Anch’io mi sentivo impotente, in quella situazione orrenda e inconcepibile. Le mie braccia aderivano ai braccioli della poltrona come se fossero state incollate, la mia schiena non poteva spostarsi dallo schienale, le mie gambe, ormai inzuppate del caldo liquido il cui livello continuava a salire, erano incapaci di sollevarsi per cercare di raggiungere l’uscita. Allora mi venne in aiuto una tecnica di meditazione che avevo talvolta utilizzato, quando mi coglieva l’angoscia motivata o immotivata per qualche avvenimento. Chiusi gli occhi e cercai di cancellare ogni pensiero dalla mia mente e, forse, in questo modo, riuscii a sottrarmi al diabolico potere di quell’essere che dominava dal palco la nostra vita. D’improvviso compresi che il mio corpo era libero e che poteva muoversi. Il liquido era arrivato quasi alla mia bocca e sentivo, violento e invadente, lo sgradevole odore del sangue fresco. Mi sollevai con cautela e muovendomi, prima di lato, per raggiungere l’inizio della fila di poltrone, poi all’indietro nel corridoio d’uscita, mi ritrovai a contatto di una delle porte d’ingresso, ma constatai che era chiusa e che non c’era modo di aprirla. Il terrore mi riprese. Mi appoggiai al legno, in attesa che qualcosa accadesse e che magari qualcuno intervenisse dall’esterno. Non avevo nemmeno il coraggio di far rumore, dando colpi alla porta per farmi notare dalla cassiera. Ormai, il sangue aveva raggiunto il volto degli spettatori  e probabilmente qualcuno già stava annegando in quel mare di porpora, reso più tenebroso dalla penombra dominante in platea.

Ma fortunatamente qualcosa avvenne.

La cassiera, una donnina permanentata che, a spettacolo iniziato, di solito non aveva altro da fare che leggere i suoi settimanali preferiti di gossip, era persa nella sua lettura e si trovava in sacrale ammirazione delle ultime immagini di Johnny Halliday, per cui non dava molta importanza al ristretto mondo che la circondava. Aveva però un’altra abitudiine, diventata quasi un rito: divorare mentine e zuccherini colorati aromatizzati, di cui portava quantità industriali nella sua capace borsetta. Fu così che, sollevando lo sguardo dal giornaletto per frugare nella borsa le accadde di notare degli strani rivoli rossi che provenivano dall’interno del teatro. Si alzò stupita dalla sua sedia e si diresse verso la porta d’ingresso principale, che tentò di aprire. Trovandola inspiegabilmente chiusa, provò con le porte di sicurezza, che erano ugualmente e rigorosamente bloccate. Poiché non ricordava che fosse mai avvenuto un fatto del genere, si era spaventata e aveva chiamato i sapeurs pompiers, che per fortuna si trovavano a pochi isolati dal pubblico locale.

Quando i vigili arrivarono, trovarono la donna in preda a una comprensibile agitazione, che cercava di spiegare, senza riuscirci, quello che stava succedendo. Era così sconvolta da perdere interesse sia per Johnny Halliday che per le mentine.

Verificato che le porte sembravano tutte chiuse dall’interno, ai pompieri non rimase altro da fare che abbattere la porta principale con le loro accette. Ma, appena il primo colpo di scure fece breccia nel legno della porta, avvenne un fatto singolare e inspiegabile. Tutte le porte infatti si spalancarono improvvisamente e una fiumana rossa si abbatté su tutto quello che stava nella hall del teatro, imboccò l’uscita e dilagò all’esterno.

Io stesso fui travolto dalla violenza del flusso ed essendosi aperta la porta alla quale ero fino a quel momento rimasto aggrappato, mi trovai trascinato fuori della sala, sbatacchiato sui muri e abbandonato infine nel piazzale antistante il teatro, dove le macchine sembravano girare impazzite, pattinando sul liquido scivoloso, che si stava ormai trasformando in una poltiglia maleodorante.

Mentre stavo lì sul selciato e cercavo di riprendermi, vidi un’automobile grigia che si fermava a pochi metri dall’ingresso del teatro. Ne uscirono quattro uomini vestiti di scuro che con fare deciso si affrettarono ad entrare. Appena entrati, dovevano essersi resi conto della drammaticità della situazione e dovevano aver chiamato qualcuno in aiuto. Pochi istanti dopo, infatti una camionetta simile in tutto a quelle usate dai militari, ma priva di targa e di insegne, arrivò sul posto. Gli uomini vestiti di grigio portarono fuori dal teatro alcuni fardelli che mi parvero corpi ricoperti da teli di stoffa e li caricarono sulla camionetta, che partì a tutta velocità. Più tardi arrivarono le ambulanze, dove furono caricati gli spettatori, sia quelli che erano in grado di camminare, sia quelli che era necessario portare in braccio o in barella. Tutti vennero condotti all’Ospedale per i necessari controlli.

Ai curiosi che avevano iniziato ad assembrarsi di fronte al teatro non fu offerta nessuna spiegazione e dopo pochi minuti arrivarono le autopompe per ripulire la strada dal liquido rossastro che vi stazionava.

Stranamente, nessuno si occupò di me, sebbene avessi gli abiti imbrattati di sangue e mota, e così potei raggiungere faticosamente la mia abitazione, dove, prima di ogni altra cosa, mi immersi nella vasca da bagno per ripulirmi.

Nei giorni successivi, a parte un articolo in cronaca locale sul giornale cittadino, e una breve notizia alla radio, non vi furono altri resoconti di quella strana storia, come se qualcuno avesse ordinato di censurarla per motivi di sicurezza nazionale”.

 

M. Boissy aveva raccontato quello che sapeva, e che concordava con le notizie fornite dalla Gazette, prima che iniziasse la congiura del silenzio. Il giornale riferiva qualcos’altro, e cioè che i pompieri, entrati nella sala, in cui si erano spente tutte le luci, avevano trovato solamente gli spettatori in preda al terrore e che manifestavano profonde crisi respiratorie; mentre di M. Legrand e dello staff  che aveva gestito lo spettacolo non c’era traccia, salvo che per i corpi straziati trovati nelle casse. Poveri resti, di uomini e donne legati strettamente e imbavagliati, tagliati e infilzati in ogni parte del corpo dalle lame e dalle spade che erano state trovate sul palco, abbandonate proprio nei pressi dei macabri contenitori di legno che erano diventati la loro bara.

Avevo ottenuto le informazioni che desideravo e non mi restava che congedarmi da Boissy. Lo ringraziai per la sua cortese collaborazione e lo pregai di non far più cenno della storia, perché avevo motivo di ritenere che fosse pericoloso per lui.

-    Ma allora voi sapete qualcosa – fece, guardandomi fisso.

-    Non ne sono sicuro, ma credo che un’entità malvagia si aggiri qui, nel nostro mondo, commettendo delitti e impadronendosi delle nostre coscienze. Pensavo di aver inventato io questa mostruosa creatura e invece mi sembra di capire che è stata lei a rivelarsi, in tutta la sua cosmica malvagità, alla mia mente. A questo essere ho dato anche un nome, Mauvin, così come ho chiamato Delors, Martin Delors, il personaggio che gli dà la caccia e che cerca di proteggere il mondo dai crimini del mostro. Ora però sono io, Martin Lesage, lo scrittore, a inseguire questa creatura, che forse è veramente nata dal mio cervello, dalla sua parte più oscura e segreta, e a  cercare i mezzi per annullarne gli spaventosi poteri. 

L’uomo dai capelli bianchi mi guardava con una strana espressione: certamente pensava che vaneggiassi.

-    Non mi guardi così, M. Boissy, non sono pazzo. L’esperienza che sto vivendo, dopo aver concepito la figura di Mauvin, credo che metterebbe a dura prova qualunque mente, anche la più robusta. Non so veramente a cosa credere. Il fatto è che, da qualunque parte mi giri, vedo le impronte del male e la contemplazione del male nell’uomo può a sua volta generare altro male. Ho paura che, in questa o in un’altra dimensione, il potere dell’immaginazione umana crei forze e oggetti, fantasmi e persone e che siamo proprio noi a materializzare le forze che dormono negli abissi.

Boissy continuava a guardarmi perplesso, poi mi fece cenno di aspettare. Si appartò per un paio di minuti e tornò con un piccolo oggetto in mano. La cosa sembrava una via di mezzo fra un sacchetto e un medaglione e lui me la offrì con un sorriso.

-    Se non avessi avuto anch’io l’esperienza del male, penserei certamente che lei si trovi a un passo dalla follia – mi disse – Non credo che sia lei a immaginare e produrre gli orrori del mondo, ma temo che invece stia rischiando la sua vita e la sua ragione nella lotta contro le potenze delle tenebre. Le voglio dare per questo un talismano che mi ha consegnato un mio parente, che esercita ancora l’antica arte dei sacerdoti celti.  Ci sono dentro tutto il sapere e tutta la  virtù dei druidi, la forza che gli antichi sapevano ricavare dal loro rapporto con la natura e con le creature dei boschi. Non m’intendo molto di magia e cerco di non abbandonare la strada della ragione nella vita di tutti i giorni; ma se quello che si dice di questi amuleti è vero, lei sarà protetto nella sua lotta contro i poteri malvagi, che io spero di non incontrare più.

Presi l’amuleto e l’appesi al collo, dopo aver ringraziato il cortese donatore; poi mi accomiatai da lui e  mi diressi verso la stazione ferroviaria. Volevo tornare a casa al più presto per riordinare i miei appunti e ricostruire la storia, di cui avevo conosciuto un nuovo episodio, quella storia che si stava impadronendo della mia vita e della mia volontà, senza lasciare spazio alla quotidianità e ai sentimenti, a quella sana noia che mi aveva tanto tormentato nei miei anni adolescenziali e che ora, incredibilmente, rimpiangevo.

 




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categorie: morte, halloween, delitti, diavolo, fantastico, assassini, supplizio, mauvin
sabato, 10 ottobre 2009

Assassini 7: Il Maestro dei cavoletti di Bruxelles

maestro

Non ho mai conosciuto un essere più inquietante di Romeo Boldrini. Ho seri dubbi che si tratti veramente di un uomo, almeno nel senso che si dà comunemente  a questa parola.

L’immagine che mi apparve, quando andai a intervistarlo per la prima volta in carcere, fu quella di una lunga mantide. Era alto e filiforme, un po’ ricurvo, con il viso triangolare e magrissimo, dove la bocca era un’apertura breve e regolare, quasi artificiale. Le braccia erano ossute e dai gomiti spigolosi, gli occhi celestini ed evanescenti, dal taglio obliquo, totalmente inespressivi. Quello che mi sembrò più fuori luogo in quella bizzarra struttura fu la sua singolare propensione al sorriso, un sorriso mellifluo e angosciante come un sogghigno. Nell’insieme quello strano essere sembrava proprio una nuova specie d’insetto, una mantide che sorride.

Gli chiesi di fornirmi la sua versione sulla morte del professor Gregson, trovato cadavere nella torretta che fungeva da deposito della villa Boldrini nel Varesotto, disteso sopra un tappeto di cavoletti di Bruxelles.

Questo fu il suo racconto.

Sono sempre stato un appassionato collezionista di antiche legature. Quando posso, le acquisto; ma, se fanno parte di altre raccolte, vado a vederle, per fare confronti, per datarle, attribuirle a un particolare artefice, a quelli che una volta venivano chiamati maestri. Dedico a questa attività (o meglio, dovrei dire dedicavo) la maggior parte del mio tempo libero. Ora ho meno opportunità di vedere nuovi esemplari e mi limito a studiare e classificare le migliaia di immagini di cui già dispongo e che mio padre mi fa pervenire qui in carcere.

In verità non avevo, e non ho, altri interessi. Non mi sono mai  interessato alle donne, a queste signorinelle che si pavoneggiano e scimmiottano le attrici e le ballerine, gallinelle petulanti e sfaticate. E poi che ci farei con una donna? La loro bellezza sfiorisce presto e ci si ritrova con una vecchia gallina rincitrullita da guardare, da seguire, che esige tributi e finte manifestazioni di interesse.

Le legature dei libri invece conservano la loro magnificenza per secoli e secoli; gli ori continuano a risplendere, restituendo con generosità la luce che li colpisce. I segni che vi sono impressi rappresentano, per chi li sa interpretare, uno dei più alti messaggi della vita culturale di un’epoca.

Quanto splendore e quanta abilità in quelle raffinate impressioni dei ferri del legatore sul cuoio sublimemente trattato e colorato o sulla più sottile pergamena, quale desiderio da parte del possessore di immortalare la propria esistenza e il proprio amore per la cultura su quegli oggetti insieme robusti e delicati, austeri o raffinati, secondo le predilezioni del committente e il gusto dell’esecutore.

Ho tanti corrispondenti che condividono con me la stessa passione; sono per lo più studiosi che analizzano gli oggetti presenti nelle collezioni di libri antichi della loro università e che li confrontano con i volumi provenienti da altre aree.

C’è una fitta circolazione di immagini e di schede descrittive, che prima avveniva per lettera, ma poi, sempre più spesso, ha finito per utilizzare le possibilità offerte dalle reti informatiche, che consentono uno scambio immediato di informazioni.

I miei corrispondenti sono quasi tutti stranieri: tedeschi, olandesi, francesi, inglesi e qualche spagnolo.

Uno dei più autorevoli studiosi con cui avevo relazioni epistolari era però un inglese, che si occupava di storia della legatura e che la insegnava presso la sua università. Naturalmente il professorone era piuttosto spocchioso e considerava con una certa sufficienza quei poveri appassionati che s’interessavano di legature a livello amatoriale, senza l’ombrello costituito da una cattedra universitaria.

Spesso i suoi giudizi perentori e sarcastici ferivano le sue vittime e ne scemavano l’autorità, impedendone l’affermazione nel mondo accademico.

Ma arriviamo al fatto che fu foriero di tanti successivi e drammatici avvenimenti.

Avevo reperito due legature in marocchino rosso con una ricca decorazione in oro che ripeteva ossessivamente un modulo consistente in un piccolo imperfetto cerchio dorato, impresso in maniera irregolare sul colorato splendore del marocchino. Gli esemplari erano perfettamente conservati ed erano provvisti di carte di guardia coeve con l'impronta dei rimbocchi.

In apparenza c’era una certa rassomiglianza con la produzione attribuibile al cosiddetto Maestro delle squame di pesce, che in realtà proveniva dalla bottega dei fratelli romani Gregorio e Giovanni Andreoli. Ma sia l’insieme del disegno, considerate le volute contrapposte nella cornice, sia le modalità d’impressione dei ferri esprimevano un gusto abbastanza diverso, che mi fecero optare per un’attribuzione all’area dei Paesi Bassi.

La presenza di due legature non attribuibili ad una particolare bottega e con caratteristiche così precise faceva presumere l’esistenza di un artigiano che stabilii di chiamare Maestro dei cavoletti di Bruxelles, perché, con ogni evidenza, questi piccoli e deliziosi ortaggi erano rappresentati nell’apparato decorativo, unitamente ad altri elementi, meno insistiti, di derivazione vegetale.

Scrissi un articolo, in tedesco, in cui descrivevo il mio fortunato ritrovamento, e lo pubblicai su una delle riviste gestite dai miei corrispondenti teutonici.

Le immagini che vennero stampate, in bianco e nero, non rappresentavano nella maniera migliore la decorazione che si ripeteva sui piatti, ma evidenziavano a sufficienza la forma del modulo decorativo, che era indubitabilmente quella caratteristica del cavoletto di Bruxelles.

Purtroppo, Gregson lesse l’articolo e ne scrisse un altro, in cui ridicolizzava la mia attribuzione e descriveva i moduli come scudi, anziché come cavoletti. L’idea che un vegetale poco diffuso, mai rappresentato in araldica e sconosciuto ai manuali di iconologia, potesse essere ispiratore di un motivo ornamentale specifico veniva rifiutata come balzana e dilettantesca.

Il professore non ammetteva che un giovane studioso non sufficientemente qualificato ardisse proporre descrizioni che gli sembravano troppo creative e avventurose e affermava che, senza dubbio, l’immagine rappresentata e costantemente ripetuta si ispirava agli scudi della tradizione classica.

In conseguenza di questa stroncatura ebbi difficoltà, per qualche tempo, a pubblicare le mie ricerche presso riviste qualificate. Il mio sogno di entrare nel Gotha degli studiosi della legatura d’arte pareva essersi infranto per colpa di quel borioso personaggio: dovevo… dovevo fargliela pagare cara…

Malgrado tutto, ero rimasto in relazione con il professore, che aveva l’abitudine di viaggiare molto e di venire spesso in Italia.

Durante uno dei suoi soggiorni italiani, lo invitai nella mia villa in campagna, per mostrargli alcuni esemplari di legature che avevo trovato in un vecchio palazzo di Parma.

Gregson arrivò puntuale, da buon inglese: grassoccio, elegante e ben sbarbato, pronto ad esaminare le splendide legature che gli avevo selezionato e a fornire il suo augusto parere.

Passammo in rassegna gli esemplari, che il professore classificò senza eccessive difficoltà, in modo non difforme dalla mia valutazione. Ma quando giungemmo alle due legature che io avevo attribuito al Maestro dei cavoletti, Gregson si mise a sproloquiare sulla sua scoperta del Maestro degli scudi e a rimproverarmi per la mia avventatezza.

Presto la discussione assunse toni accesi: ognuno era convintissimo delle sue buone ragioni e io non potevo certamente permettere che il professorone continuasse a sostenere una tesi manifestasmente falsa: dovevo convincerlo del suo errore.

- Sono cavoletti, Gregson, ma lei è ostinatello, sa… sa che è difficile farla ragionare… Vede quelle strane irregolarità nell’impressione in oro: rappresentano sicuramente la giustapposizione delle foglie del cavolo; non potrebbe spiegarsi, se si trattasse di uno scudo.

- Ma sta scherzando, signor Boldrini? Le impronte dei ferri sono abbastanza evidenti e raffigurano  un tondo con umbilicus centrale; si tratta cioè di scudi, scudi umbilicati. Le irregolarità che lei denota sono dovute a un’imperfezione del tool, che non ha consentito un’impressione regolare. Ci sono esempi di questo tipo negli esemplari n. 485 e 486 del British Museum e in altre legature di area olandese o fiamminga presenti nella Koninklijke Bibliotheek.

- Non sono scudi, professore, lo vedrebbe anche un bambino; lo spessore dell’oro è troppo irregolare. Ma forse lei non conosce bene i cavoletti di Bruxelles, sono verdi e rotondi, proprio come scudi, ma hanno una struttura a foglie che è proprio quella rappresentata. Sa che noi qui li produciamo; ne abbiamo anzi già un deposito pieno, prima che vengano a ritirarli per portarli al mercato. Glieli farò vedere, per farle cambiare idea.

Ma il mio interlocutore si mise a celiare e affermò che difficilmente avrebbe cambiato idea su una cosa così evidente.

Naturalmente avevo un mio piano per condurre Gregson ai cavoletti, piuttosto che i cavoletti a Gregson, e per costringerlo a recedere dalle sue posizioni.

Dovevo fargli bere qualcosa, ma non una grappa o un altro superalcolico dal sapore ben definito. Finalmente riuscii a fargli provare un vermut della zona, corretto con una discreta dose di ipnotico. Il professore fece qualche smorfia, ma non conosceva il prodotto e quindi non sospettò che il suo strano sapore fosse dovuto alla mescolanza con una sostanza medicinale e non a qualche rara erba aromatica dell’habitat alpino. La sua perfetta educazione gli impedì di manifestare apertamente il suo disappunto sputando di bocca l’intruglio e così ne ingurgitò a sufficienza perché l’effetto sedativo si manifestasse in maniera violenta. Appena l’uomo fu in mio potere, ne approfittai per legarlo strettamente e trascinarlo, semiaddormentato, fino al deposito in cui giacevano i cavoletti.

Qui lo imbavagliai, gli legai strettamente anche le gambe, aprii la porta del locale, che era circolare come un silos, e, con uno spintone, lo buttai di sotto, dove lo attendeva un verde tappeto di cavoletti di Bruxelles.

Gregson cadde pesantemente nel contenitore, ma i cavoletti attutirono il colpo. Si mise a bofonchiare qualcosa, sotto il bavaglio, e divenne tutto rosso in volto.

Presi una scaletta mobile e la feci penzolare all’interno del cilindro, poi cominciai a scendere, per quasi due metri, fino a raggiungerlo.

Lo guardai mentre si agitava e tentava goffamente di emettere dei suoni articolati; gli tolsi il bavaglio. Sembrava essere di nuovo cosciente; forse la paura aveva preso il sopravvento sul farmaco.

- Per l’amor di Dio, Boldrini, mi liberi e non dirò nulla; se è uno scherzo, la finisca subito.

- No, lei prima deve ammettere che sono cavoletti, come quelli su cui sta sdraiato.

- No, non è possibile, la prego… è lei che si sbaglia… tutti hanno detto…

Era sconvolto e iniziò a blaterare qualcosa in inglese, che non riuscii a capire… Poi sentii qualche imprecazione, frasi che esprimevano una forte disapprovazione e altre più colorite, che da lui non mi sarei mai aspettato. Io non amo il turpiloquio: mi fa andare in bestia. Fu allora che cominciai a infilargli i cavoletti in bocca, Lui cercava di sputarli, ma io ero più veloce e perseverante. Dopo un po’ vidi che strabuzzava gli occhi mettendosi a guardare un punto invisibile, più in alto della mia faccia. Non si agitava più. Gli inserii un ultimo cavoletto nella bocca semiaperta: era buffo con quella rotondità verdognola che gli spuntava dalla cavità orale e con gli occhi a palla, quasi fuori delle orbite. Non si muoveva.

Mi avvicinai e mi accorsi che nemmeno respirava. Quel paffuto e vanesio buffone inglese non respirava. Ma se l’era cercata. Era stata la sua ostinazione a ucciderlo. Era come se i cavoletti, da lui misconosciuti e vilipesi, si fossero vendicati. Loro l’avevano ucciso, non io:

IO NON SONO MICA UN ASSASSINO!



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categorie: assassini
domenica, 27 settembre 2009

La passeggiata

crisantemi


Per rompere la monotonia del computer che fa le bizze e ogni tanto si blocca, sono uscito di casa senza uno scopo. Mi accolgono la pubblicità sui cartelli e le insegne, poco più in là, delle agenzie di pompe funebri. È naturale, siamo nella strada del Pio Albergo Trivulzio, centro geriatrico, dalla struttura settecentesca, la cui eleganza è assediata dai nuovi corpi in orrendo non-stile novecentesco; ma la zona è piena di centri geriatrici, e di vecchi. Le agenzie mortuarie prosperano, perché, si sa, i vecchi hanno ancora la brutta abitudine di morire. C’è anche l’indispensabile fioraio: fiori e morte vanno di pari passo. Arrivato in Piazza De Angeli scopro che è in atto una delle squallide feste di zona indette dai commercianti, nella speranza di vendere quello che non riescono a vendere durante i giorni feriali. Qualche gioco per bambini, un po’ di gente che fa crocchio, due ballerine simil-latine due che danzano su una pedana di legno chiaro con dei bikini colorati. più in là un paio di latine vere dalla pelle bronzea e dalle fattezze indie che si fermano a guardare la loro imitazione. Per la strada qualche sciura e qualche sciuretta, qualche coppia con bambini; gli uomini bellissimi e palestrati, le donne piuttosto brutte, o meglio insignificanti; d’altra parte sono le sole che si sposano: O i maschi sono di una gelosia otellesca e mediterranea oppure le ragazze belle non sono interessate al matrimonio e lasciano il campo alle nerd e alle bellezze parrocchiali. Se ci penso, ricordo pochissime belle ragazze sposate e tante femmine catalogabili come scherzi della natura coniugate e cariche di figli.

Sarà che c’è ancora caldo, perché siamo d’autunno e pare estate, sarà che la mia depressione ha raggiunto livelli ormai insostenibili da un comune essere umano, sarà che il farmaco che assumo per il controllo pressorio non è proprio la soluzione migliore, ma ho la sensazione di avere la vista ottenebrata e di esserne quasi felice perché vedere questo spaccato di civiltà occidentale e assistere al dominio delle epifanie commerciali sviluppate nelle forme più misere non è francamente uno spettacolo che possa entusiasmare; naturalmente sempre in attesa che il mondo finisca, almeno per me, e che alla fine possa scoprire la verità sui misteri della vita. Ma temo che chiuderò semplicemente gli occhi, senza vedere Cristi, Madonne, Anticristi e neppure il Bafometto.

postato da Diaktoros alle ore 18:48 | link | commenti (20)
categorie: costume, morte
martedì, 22 settembre 2009

Bambini indaco ?

blake

Non sapevo che esistessero bambini indaco, cioè bambini che emanano un’aura di colore azzurro-violetto. L’ho appreso dall’ultima puntata di Voyager, dedicata (provate un po’ a indovinare) al 2012.

Non starò a discutere l’affermazione che tutti noi abbiamo un’aura diversamente colorata: me l’ero immaginato, così come avevo supposto che i lavoratori dipendenti, operai o impiegati fa lo stesso, emanassero un’aura color cacca. Quello che m’interessa è che i sostenitori della tesi dei bambini indaco immaginano che tra noi si stia sviluppando una nuova generazione con caratteristiche psicologiche e comportamentali diverse rispetto alle passate generazioni.

In realtà, che ci sia una notevole diversità tra molti dei nuovi ragazzi e i loro genitori è abbastanza evidente (così come tra noi e i nostri genitori c’era talvolta un abisso).

Ma spesso tale diversità non deriva da un mutamento genetico o dal fatto che i nuovi bambini siano anime ritornate sulla terra per svolgere speciali compiti per lo sviluppo dell’umanità. È molto più probabile che le differenze di educazione, la percezione di verità diverse da quelle ufficiali, il permissivismo dilagante e la sostanziale delega della funzione educativa ai mass media e all’esempio sociale abbiano prodotto bambini da un lato iperstimolati, dall’altro totalmente privi di quel senso morale che si crede innato nell’uomo e che invece è solo un portato dell’educazione. Il risultato è lo sviluppo di adulti spesso ai limiti della follia, a volte di intelligenza superiore, spesso insofferenti delle leggi, cinici di fronte ai fatti della vita, comunque di fatto inadatti a vivere una vita da uomini normali e mediocri. Forse l’umanità si svilupperà grazie a loro, facendo un salto conoscitivo, grazie alla loro estrema libertà di pensiero; ma forse dovrà semplicemente convivere con una nuova generazione di esseri disadattati, potenzialmente pericolosi per sé e per gli altri. Se questo è l’Übermensch, evviva Medioman.


postato da Diaktoros alle ore 17:32 | link | commenti (21)
categorie: bambini, alieni, giovani, new age, costume, figli, evoluzione, mutazione, 2012
giovedì, 10 settembre 2009

Canto di fine estate

nave

 

Quante volte dovrò ritornare esitante sui miei passi

ora che il tempo chiude i varchi inconsueti e inarrestabili

e nemmeno una nube affanna il cielo troppo quieto e azzurro

troppa luce ferisce non mi lascia pensare ed impaurisce

i miei gesti segreti  di ferite mi cingo e porgo fiori

davanti alle macerie come schermo per proteggere il mondo che mi resta

e che si perde nella luce greve ed impietosa che mostra i liquami del [tempo

è duro il passo di chi non ha appreso a veleggiare sull’onda setosa dei cieli

si è fermato distratto ad ascoltare i suoni accesi della vita e a un tratto

si ritrova sul ciglio di una strada che si torce e scompare inghiottita [dal centro del mondo

non lo salva la docile barriera delle umili dolcezze non la  mano

che ha toccato la notte nella rugiada appena scesa e fresca

in questa cupa quiete mi ferisce l’orrore della vita

un ingorgo di fuoco che ha illusioni di dolci primavere

oh dio crudele cruel amusement

quale triste sciagura si nasconde nel tuo freddo sorriso

je ne sais pas oublier je ne sais pas oublier le châtiment

d’etre plongé incoupable  entre les feux du désir et de la mort

où se repand l’azur  ton effrayant azur des cloches mortes

ho cavalcato terre e ho visto angeli che uccidono

con la troppa bellezza che si offrono inermi e angosciosi

ma il loro canto attosca e il loro sguardo incendia la tua carne

felice chi riposa entro mura di pietra addormentate

e non conosce il volto e non ascolta il canto dei sublimi

tormentosi richiami cui solo riposo è la morte

quanti indagano strade alternative e verso nuovi valichi

s’indirizzano a schiere dimenticando i prati e le sorgenti

della terra natale s’affrettano e i raggi cavalcano

di lucenti comete su rudi ghiacciai si affaticano

a un passo dall’aurora ma il sole bramato non sorge

si attarda nel sonno riverbera freddi lucori

si perde nel cielo nascosto dai detriti delle stelle

ora cammino e scelgo la strada consapevole e costante

che non dona sollievo ma un gelido soffio di vento

oscura i pensieri seguendo il mutevole cenno

dell’incertezza che muove rompendo gli ormeggi sull’onda

e accosta e beccheggia incoerente a nuovi porti a nuove alture in cima

mentre la terra attende il navigante dei remoti flutti

lui dall’albero cade e non ritorna

spezza l’inganno rifiuta la parte in commedia

del marinaio appesantito che artrite e ricordi devastano

colmo di salde immagini di oscurità nutrito e di uragani

quasi perverso ma ingenuo cantore di folgori

e di donne forgiate dal fuoco lussurioso della notte

dolce commedia ma pur sempre umana

e finta com’è spesso finto il nostro amare il nostro lavorare

l’unico vero è il dolore la sofferenza dell’imperfezione

la malattia la morte la rabida fame d’abisso

perdenti deliri perdenti le assonnate distese in cui si smorza

il passo oscuro viviamo una vita di tenebra

e lentamente andiamo senza arrivare ad una vetta andiamo

dove si spegne il fuoco del pensiero

quasi in sogno ascoltiamo gli strani suoni di strumenti amari

il mare dei vascelli perduti ci trascina mutevole coi venti

fuori rotta e si avventa verso sponde lontane e scivolose

se ci arrendiamo stanchi  di tormenti e di notti senza luna

si tramuta in laguna dove avvolti a una bricola i ricordi

poi svaniscono piano come svanisce il sole dell’estate

  

 

30 agosto – 6 settembre 2009

 

 

postato da Diaktoros alle ore 20:26 | link | commenti (25)
categorie:
lunedì, 31 agosto 2009

Avventure eroicomiche di un single ammogliato

 

ideale

Appartenendo da tempo all’infelice categoria dei single che hanno avuto una volta nella vita la disgraziata idea di sposarsi e trovandomi in crisi d’astinenza da donne da un numero imprecisato di anni, ho deciso di farmi coraggio e iscrivermi a vari siti gratuiti di incontri erotici. Finora ho ricevuto numerosi pressanti inviti ad associarmi ai numerosi organismi che offrono servizi a pagamento. Ma a quel punto, se proprio entro in un'ottica mercenaria, organizzo un’escursione a Lugano o magari ad Amsterdam, dove posso trovare un riscontro più concreto alle mie richieste.

Per fortuna ogni tanto arrivano anche messaggi di questo tipo:

Da Pola27

Ciao, il mio dolce straniero! Scrive a te Anna, dalla piccola citta di Cheboksary, che
trova in Russia.
Sono molto interessato al vostro profilo, e ho deciso di scrivere a voi.
Se sono interessati a voi, anche, che possiamo continuare a lasciare il mio obschenie.Ya
e-mail: annakisska21@gmail. com.
Spero che lei mi guarda napishite.Zhdu vostro pisma.Anna.

Naturalmente l’utente è stato bannato subito dopo.

Il giorno dopo si presenta un nuovo messaggio, da parte di Ananac_ka

Località: Kirov Oblast (Rossija)  [Ok, le russe mi piacciono, anche se mi seccherebbe dover imparare il russo]

Età: 26 anni [è anche giovane, però!]

Sesso: Donna  [meno male!]

In cerca di: Uomo  [e vorrei vedere!]

Salve!

Salve! Il mio nome e Anna.

Sono un giovane, bello e solitario [ehm ?!?] ragazza [ah, che sollievo!] dalla Russia.
Quando ho visto il tuo profilo, ero curiosa e voglio saperne di voi!
Scrivi a me, se siete interessati. Se si desidera che vorrei lasciare a scrivere di me la tua E-mail qui!
Meglio sarebbe se io, si scrivono da soli.

Attendo con ansia una piacevole conoscenza e guardare avanti per la tua lettera nella mia casella di posta!
La mia E-mail: annamony @ rambler . ru
Sono in grado di inviare le mie foto.
Attendo con ansia la sua risposta. Anna

Quando sarà bannato il nuovo utente?

Purtroppo ho scelto di vivere nella più scombischerata delle metropoli, Milano, dove il sesso è una delle tante opzioni, ma spesso non troppo importante. Credo che abbia ragione mio figlio, che realisticamente afferma che a Milano per farsi una ragazza bisogna andare in giro in ferrari e riempirla di coca (la ragazza, intendo, non la ferrari).

Ho fatto anche un giro su vari siti erotici nostrani, trovando solo, nell’ordine:

trannies, vecchi troioni (spesso unisex), orrende ciccione, escort per imprenditori assatanati, da almeno 500 (euro) a botta. Ma una normale esiste?

Se c’è, la voglio piccola, magari bruttina e occhialuta, con seni così piccoli da chiamarli coseni, ma donna, santodio, e che sia disposta a sperimentare il più folle erotismo del mondo anche con chi non assomiglia a Brad Pitt o a George Clooney (grazie, anch’io mi adatterei volentieri a fare del sesso sfrenato con Gwyneth Paltrow o con Megan Fox).

Dall’abisso di depravazione in cui sono precipitato in questa virtualmente lussuriosa fine estate, vi saluto e vi abbraccio.

Se riemergerò, ve lo farò sapere J

 

postato da Diaktoros alle ore 09:45 | link | commenti (26)
categorie: internet, erotismo, costume, siti erotici
giovedì, 06 agosto 2009

E' tempo di migrare

uccelli

 

Questo è quello che si vedeva dalla mia finestra un paio di giorni fa. Gli uccelli si riuniscono e fanno grandi voli in formazione. Anch’io spero di partire e di mandare in vacanza il mio blog, anche se tutto sembra congiurare per rendere la cosa impossibile: mia moglie non fa che cadere, io lancio starnuti che fanno temere un raffreddore imminente, spero non un’influenza porcina. Insomma, mi sembra che il viaggio stia diventando un’ulteriore occasione di stress. E dire che ne avrei un gran bisogno, per scacciare definitivamente le mie farfalle nere.

 

 

Ricordo ancora le farfalle nere

che a me bambino il delirio recava;

al sogno la mia veglia somigliava

e la notte mi aveva in suo potere.

 

Mamma, mandale via, dicevo, mentre

le candele ammorbavano la stanza;

le vedevo planare sul mio ventre

e il loro volo diveniva danza.

 

Ora sono tornate, più di prima;

amiche mie, cacciatele: mi avranno

e mi portano in volo  senza affanno,

risalendo dai tronchi fino in cima

 

degli alberi malati, fino all’onda

del vento che ora fischia ed è già tardi,

il succo nero stilla da ogni fronda

e ogni fiore è pungente come i cardi.

 

E di nuovo in angoscia tremo ed ardo

nelle sere d’estate senza vita,

a cupe fonti abbevero il mio sguardo

e il veleno m’accende la ferita.   

litblackbutterflies

Ho concluso, dopo molto tempo, questa poesia, che mi consente di fare i conti con il passato, nella speranza di esorcizzarne le forze oscure.
Se tutto va bene, ci vediamo a settembre.

 

postato da Diaktoros alle ore 22:59 | link | commenti (9)
categorie: ricordi, viaggio, speranze, malatttia

Chi sono

Utente: Diaktoros
Nome: Guido Mura
Scrivo, penso, commento, compongo musica. Ogni tanto insegno o scrivo articoli di analisi letteraria o invento biblioteche digitali. Oltre a peergynt ho un blog su blogger, http://piazzadisogno.blogspot.com/ e un vecchio sito, http://web.tiscalinet.it/culturetin/

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